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Dal ventre della bestia – considerazioni inferocite sulla gestione coronavirus

Testo pubblicato da Sara Agostinelli, Bergamo, su Facebook[1] | le versioni inglese e francese sono disponibili anche online

Sono bergamasca e sono ammalata, presumibilmente di Coronavirus.

Leggo ancora post in cui si citano esperti che tranquillizzano: “L’80 per cento della popolazione sarà colpita dal Coronavirus ma non preoccupiamoci, per buona parte sarà solo un’influenza. La mortalità è bassa e colpisce soprattutto anziani e persone con patologie pregresse.”

Oggi 14 marzo. Ancora queste stronzate.

Non sono scienziata né statistica ma sono incazzata nera: ho il terrore che fuori da qui non si stia capendo cosa ci succede. Qui si muore come mosche. E’ chiaro?

Decine di morti al giorno. Decine e decine.

Il cimitero della città non riesce a smaltire i corpi. I campanili dei paesi non suonano più le campane a morto perché lo farebbero ininterrottamente. I medici sono esauriti o contagiati, e cominciano a morire a loro volta.

Siamo tutti malati, o quasi. Tre quarti dei miei conoscenti sono malati, amici, parenti, colleghi, medici di famiglia stessi.

Abbiamo febbri molto lunghe e resistenti, molto provanti, dolori forti in varie parti del corpo, mancanza di respiro, tossi e raffreddori portentosi. Non per tutti è così, per fortuna.

Ma questo non vuol dire che si possa parlare di “banale influenza”. Banale influenza sto cazzo.

Tre settimane di febbre, stanchezza allucinante, mal di testa, respiro corto, resistenza a qualsiasi medicina, il fantasma della terapia intensiva sempre sulla spalla come un corvo malefico e, ovviamente, isolamento e solitudine: non è una banale influenza. E mi considero altamente fortunata.

Le giornate passano in buona parte al telefono: bollettini medici continui. Come stai, oggi un po’ meglio, domani un po’ peggio, come sta il papà, la zia, l’amico, l’amica, ma tu cos’hai, io ho questo, ah ecco sì me l’hanno detto in tanti allora probabilmente ce l’hai, sì sì mi sa che ce l’ho.

Qui ci auto-curiamo, da soli, quando va bene riusciamo ad avere qualche indicazione telefonica, perché anche i medici di famiglia non ce la fanno a seguirci tutti.

Le sirene non si fermano mai fuori dalla finestra, notte e giorno, e se chiami il 112 non riescono a risponderti prima di chissà quanto tempo. E ti portano in ospedale quando ormai sei grave.

Perché non c’è posto. Perché non ce la fanno a curarci.

I tamponi sono riservati a chi arriva in pronto soccorso (e a segretari di partito e calciatori), gli altri devono desumere, immaginare e, nel dubbio, isolarsi in quarantena, così anche chi potrebbe magari avere davvero una “banale influenza” deve rinunciare ad aiutare chi ha bisogno, i genitori anziani ad esempio.

Certo che il tasso di mortalità di questo virus è basso, certo. Se siamo tutti malati e muoiono “solo” decine di persone al giorno certo che il tasso di mortalità è basso. Ma siamo tutti ammalati, e si muore senza sosta, continuamente, in grandi numeri.

E’ una tragedia. Banale influenza sto cazzo.

E certo che in larga parte muoiono persone non giovani e magari con qualche patologia pregressa.

E allora????!!!????

60-70enni che avrebbero potuto vivere altri anni, cosa sono, merce scaduta di cui fregarcene? Non sono forse esseri umani che lasciano affetti e amori, nel dolore?!?

Ma che cazzo di misura è diventata la vita??

E lo scrivo io, irrimediabilmente atea, convinta che la vita non è affatto sacra ed è vita solo quando è degna. Ma ogni vita è amore e legami intorno a sé, e dolore profondo quando manca.

L’Italia è un paese di vecchi. Non prendeteci per il culo: al’improvviso non potete raccontarci i nostri vecchi come pezzi scaduti di cui possiamo liberarci con leggerezza.

NO.

Ognuno di noi, qui, conosce qualcuno che sta messo tra la vita e la morte in terapia intensiva, molti di noi hanno perso famigliari o sono in attesa di notizie attaccati al telefono.

Quasi 1500 morti in due settimane e stiamo qui a dirci “andrà tutto bene”??? “stiamo tranquilli”???

No, non stiamo tranquilli.

STIAMO A CASA.

Perché non ci hanno offerto altra soluzione per gestire questo disastro immane. Perché se in altre parti d’Italia ci si concia come ci siamo conciati a Bergamo, grazie a due settimane perse senza prendere decisioni, dicendoci un giorno si chiude tutto e il giorno dopo uscite e andate a mangiarvi la pizza non fermiamo la città, sarà un’ecatombe ancora peggiore di quella che è già.

Perché in quelle due settimane di tempo perso, per incapacità irresponsabilità impreparazione e probabilmente anche perché in gioco ci sono tanti e grossi interessi economici, NOI CI SIAMO AMMALATI TUTTI.

Signori qui non stiamo scherzando: proprio perché non è una banale influenza e proprio perché moriranno migliaia di persone, ci preoccupiamo.

Basta con questi messaggi da dissociati, che tranquillizzano sminuendo quanto sta accadendo: basta.

Bisogna sapere le cose come stanno, davvero, cosa si rischia, davvero, per potersi comportare da responsabili e RISPARMIARE VITE E DOLORE.

Continuando a domandarci se non c’era un altro modo per gestire questo disastro, perché forse c’era o ancora ci sarebbe ma come possiamo saperlo, preoccupiamoci e facciamolo seriamente: perché solo preoccupati, molto preoccupati, abbiamo la possibilità di fare qualcosa di sensato per noi e per gli altri: evitare quanti più morti possibile.

Smettiamo di prenderci per il culo e raccontiamo come stanno le cose: preoccupatevi, e state a casa.

E a casa leggete e ascoltate e fatevi domande, oltre a prendervi cura di voi e di chi vi è vicino, perché adesso l’obiettivo è sopravvivere ma quando questo disastro sarà « finito », e dovremo rialzarci, avremo bisogno di essere lucidi, tanto lucidi.

Dovremo capire perché siamo arrivati a questo punto, e come. Pensare ai nostri ospedali, alle nostre scuole, ai nostri vecchi e ai nostri giovani, al nostro lavoro.

Dovremo renderci conto che non è possibile smantellare il sistema sanitario di un paese pezzo per pezzo per poi ritrovarsi a morire a grappoli con medici e infermieri che si massacrano rischiando la vita per tentare di tenere in piedi la nostra.

Che non si può ridurre alla miseria migliaia di precari e “liberi professionisti” che vivono appesi solo e soltanto al proprio penoso fatturato e che, quando si blocca giustamente tutto per paura della morte, si ritrovano davanti un deserto lavorativo che sarà lungo mesi o forse anni.

Dovremo capire se questa tragedia ci ha aiutati a migliorare o ci ha gettati ancora di più nel baratro in cui già eravamo: un popolo di completi sfasati, che lo stesso giorno vede da una parte un esercito di sottopagati in camice bianco che si ammazza di lavoro e rischia il contagio e dall’altra, A POCHI METRI O APPENA QUALCHE KILOMETRO di distanza, branchi di menefreghisti che fanno la coda appiccicati per salire sulla seggiovia, per passeggiare nel centro storico o per provarsi i vestiti al centro commerciale (lasciato aperto, apertissimo, mentre scuole e eventi culturali erano tutti chiusi e cancellati da mo’).

Se ci sono i menefreghisti è un problema di tutti.

Se gli ospedali non hanno i letti è un problema di tutti.

Se centinaia di persone muoiono e sembra quasi normale perché “erano vecchi o con altre patologie” è un problema di tutti, ed è un grosso problema.

Non sta andando per niente bene e non “andrà tutto bene”.

Solo se ce ne rendiamo conto, ma davvero, possiamo limitare i danni e potremo fare qualcosa di diverso quando ne verremo fuori.

Perché ne verremo fuori, e non dovremo fare sconti.


Nota

[1] Il testo originale è stato pubblicato su Facebook il 14 marzo 2020.

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Depuis le ventre de la bête – considérations furibondes sur la gestion du coronavirus

Texte publié par Sara Agostinelli, Bergame, sur Facebook[1], traduit de l’italien par Laurent Perez, Paris[2] | l’original en italien est aussi disponible en ligne, ainsi qu’une version en anglais

Je suis Bergamasque et je suis malade, vraisemblablement du coronavirus. Je lis encore des posts où on cite des experts qui voudraient nous tranquilliser : « 80 % de la population sera touchée, mais pas d’inquiétude. Pour la plupart des gens, ce ne sera qu’une grippe. La mortalité est faible et touche surtout des personnes âgées ou déjà souffrant de pathologies. » Aujourd’hui, 14 mars. Encore ces saloperies.

Je ne suis ni scientifique ni statisticienne, mais je suis folle de rage. Je suis terrifiée de voir que le reste du monde ne comprend pas ce qui est en train de nous arriver. On tombe comme des mouches, ici. C’est clair?

Des dizaines de morts par jour. Des dizaines et des dizaines.

Le cimetière municipal n’arrive pas à suivre le rythme. Les églises des villages ne sonnent plus le glas, sinon elles n’arrêteraient plus. Les médecins sont épuisés ou contaminés. Ils commencent à mourir, eux aussi.

Nous sommes tous malades, ou presque. Les trois quarts de mes connaissances sont malades : amis, parents, collègues, même les médecins de famille. Nous avons des fièvres longues et résistantes, épuisantes, des douleurs dans différentes parties du corps, du mal à respirer, de la toux, des rhumes incroyables. Pas tout le monde, heureusement.

Mais ça ne veut pas dire qu’il s’agit d’une « simple grippe ». Simple grippe, mon cul.

Trois semaines de fièvre, de fatigue hallucinante, le mal de tête, le souffle court, résistant à tous les médicaments, le spectre des soins intensifs comme une épée de Damoclès en permanence, et, bien sûr, l’isolement et la solitude : ce n’est pas une grippe ordinaire. Et je me considère comme extrêmement chanceuse.

On passe une bonne partie de nos journées au téléphone, en bulletins de santé continus. Comment ça va, aujourd’hui un peu mieux, demain un peu moins bien, comment va ton papa, ta tante, ton ami, ton amie, mais toi, qu’est-ce que tu as, moi j’ai ça, ah oui alors ils sont si nombreux à me l’avoir dit alors je l’ai moi aussi probablement, si si moi c’est sûr que je l’ai.

On se soigne tout seuls, par nous-mêmes. Dans le meilleur des cas, on reçoit quelques indications par téléphone, car même le médecin de famille ne peut pas nous suivre tous.

Les sirènes sonnent en permanence, nuit et jour. Quand on appelle le 15, ils ne peuvent pas nous répondre avant un temps infini. On ne nous hospitalise que quand on est dans un état grave.

Parce qu’il n’y a plus de place. Parce qu’ils ne peuvent pas nous soigner.

Les tests sont réservés aux personnes admises en urgence (et aux politiciens et aux footballeurs), les autres en sont réduits à présumer, imaginer et, dans le doute, se mettre en quarantaine, de telle sorte que même ceux qui auraient vraiment une « simple grippe » doivent renoncer à aider ceux qui en ont besoin, leurs vieux parents par exemple.

Bien sûr, le taux de létalité de ce virus est faible, c’est vrai. Si nous sommes tous malades et qu’il ne meurt chaque jour que quelques dizaines de personnes, le taux est faible, en effet. Mais nous sommes tous malades et des gens meurent sans cesse, continuellement, en masse.

C’est une tragédie. « Simple grippe », mon cul.

Bien sûr, la plupart des gens qui meurent ne sont pas jeunes et souffraient éventuellement d’autres pathologies.

Et alors????

Des gens de 60-70 ans qui auraient encore pu vivre des années, qu’est-ce que c’est? des biens périmés dont on se fout? Ce ne sont pas des êtres humains, peut-être, qui laissent des personnes aimées dans la douleur?

Mais qu’est devenue la valeur de la vie, putain?

Et j’écris ceci en tant qu’athée irrémédiable, convaincue que la vie n’est pas sacrée en elle-même et que seule une vie digne est vraiment la vie. Mais toutes les vies sont faites d’amour et de liens avec ce qui nous entoure, et souffrance profonde quand cela vient à nous manquer.

L’Italie est un pays de vieux. Arrêtez d’essayer de nous baiser; au moins, ne vous imaginez pas que nos vieux sont des déchets périmés dont nous pouvons nous débarrasser sans y penser.

NON.

Chacun de nous connaît quelqu’un entre la vie et la mort en soins intensifs, beaucoup ont perdu des proches ou sont accrochés à leur téléphone en attente de nouvelles.

Presque 1500 morts en deux semaines et on dit « ça va aller »?? « Restez tranquilles »?

Non, nous ne sommes pas tranquilles.

NOUS SOMMES CHEZ NOUS. Parce qu’on ne nous a proposé aucune autre solution pour gérer ce désastre. Parce que, si toute l’Italie se comporte comme nous l’avons fait à Bergame, à attendre deux semaines avant de prendre des décisions, un jour on annonce qu’on boucle tout et le lendemain on sort manger une pizza, l’hécatombe sera encore pire. Parce que, pendant ces deux semaines de temps perdu, par incapacité, irresponsabilité, manque de préparation, et sans doute aussi parce que sont en jeu de gros intérêts économiques, NOUS SOMMES TOUS TOMBÉS MALADES.

Messieurs-dames, ici on ne plaisante pas. Justement parce qu’il ne s’agit pas d’une simple grippe et parce que des millions de personnes vont mourir, nous sommes inquiets.

Ça suffit, ces messages déconnectés, qui veulent nous tranquilliser en minimisant ce qui est en train de se passer. Ça suffit.

Il faut dire les choses comme elles sont, connaître les risques, pour pouvoir se conduire de façon responsable et SAUVER DES VIES ET EVITER DES SOUFFRANCES.

En continuant à nous demander s’il n’y avait pas d’autres manières de gérer ce désastre, car il y en avait ou y en aurait encore peut-être, mais comment savoir, soyons inquiets et avec sérieux : parce que ce n’est qu’en étant inquiets, très inquiets, que nous avons la possibilité de faire quelque chose de sensé pour nous et pour les autres : éviter le plus de morts possibles.

Arrêtons les conneries et disons les choses comme elles sont : inquiétez-vous et restez chez vous.

Chez vous, lisez, écoutez et posez-vous des questions, en plus de prendre soin de vous et de ceux qui vous entourent. Parce que, aujourd’hui, l’objectif est de survivre. Mais, quand ce désastre sera « terminé » et que nous devrons nous relever, nous aurons besoin d’être lucides, tellement lucides. Nous devrons comprendre pourquoi nous en sommes arrivés à ce point, et comment. Réfléchir à nos hôpitaux, à nos écoles, à nos vieux et à nos jeunes, à notre travail. Nous devrons nous rendre compte que ce n’est pas possible de démanteler le système sanitaire d’un pays, morceau après morceau, pour se retrouver à mourir par wagons entiers, avec des médecins et des infirmiers qui se tuent et risquent leur vie pour essayer de sauver la nôtre.

Qu’on ne peut pas réduire à la misère des milliers de précaires et de « professions libérales » qui ne survivent que de ce qu’ils facturent et qui, quand tout se bloque par peur de la mort, se retrouvent devant des mois ou peut-être des années d’inactivité. Nous devrons comprendre si cette tragédie nous a rendus meilleurs ou nous a jeté encore plus profondément dans le bourbier où nous étions déjà : un peuple d’abrutis complets, qui, le jour même, voit, d’un côté, une armée sous-payée en blouse blanche qui se tue au travail au risque de se faire contaminer, et, de l’autre côté, À QUELQUES MÈTRES OU QUELQUES KILOMÈTRES À PEINE, des nuées de je-m’en-foutistes qui font la queue, collés les uns aux autres, pour monter sur les télésièges, sortent se promener dans le centre-ville ou vont essayer des habits au centre commercial (resté ouvert, complètement ouvert, alors que les écoles et les événements culturels étaient fermés et annulés depuis un moment).

S’il existe des je-m’en-foutistes, c’est le problème de tout le monde.

Si les hôpitaux n’ont pas assez de lits, c’est le problème de tout le monde.

Si des centaines de personnes meurent et qu’on trouve ça normal « parce qu’ils sont vieux ou qu’ils souffraient d’autres pathologies », c’est le problème de tout le monde, et c’est un gros problème.

Ça ne va pas du tout bien et non, ça ne va pas « bien se passer ».

Ce n’est que si nous nous en rendons compte, mais vraiment compte, que nous pourrons limiter les dégâts et que nous pourrons changer les choses quand nous serons tirés d’affaire.

Parce que nous allons nous tirer d’affaire, et que nous ne devrons pas faire les choses à moitié.


Notes

[1] Le texte original a été publié sur Facebook le 14 mars 2020.

[2] Laurent Perez est critique littéraire et traducteur, il habite Paris. Une traduction partielle de ce texte a d’abord été publiée sur Facebook le 15 mars 2020.

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Gourmance: tubercu-glose de l’épitre aux Italiens d’Agamben

Par Simon Labrecque

… dans les circonstances tragiques y a toujours deux clans, ceux qui vont voir couper les têtes, ceux qui vont pêcher à la ligne…

 

– Les psychoses s’enveniment dans un lieu, s’évaporent ailleurs, en route… tel est parti assassin s’arrête au pont, pêche à la ligne… pense désormais très calmement!… autrement!…

Louis-Ferdinand Céline, Nord, p. 42; p. 624.

 

Approche

La dernière fois, je n’ai pas dit que c’était la dernière fois, mais j’ai annoncé que j’allais marquer un temps d’arrêt avant la prochaine fois. Paradoxalement, ce jeûne d’un peu plus de 90 jours se termine tout juste après le début du Carême.

Pendant cette ascèse, qui fut entièrement réussie du point de vue de la publication, mais moins du point de vue de la rédaction, j’ai beaucoup pensé à la fin du jeûne, dans les deux sens : la finalité ou l’objectif, le but de l’acte, d’une part, et le terme ou la sortie du jeûne, d’autre part, la reprise de ce qu’il suspendait ou interrompait. Il me semble que la reprise doit tenir compte de quelque apprentissage effectué lors de l’interruption, mais cette prise en compte ne sera pas nécessairement immédiate.

Cesser d’écrire m’a permis de lire. Cela m’a permis d’observer ma manie ou mon habitude de lire-pour-écrire, qui se manifeste par une tendance à repérer « du citable », comme en témoigne mon cornage compulsif du coin inférieur de chaque page que je croise qui comporte un passage mémorable ou possiblement « utile ». À plusieurs reprises, je me suis surpris à programmer ainsi une sortie de jeûne, entamant quelques ébauches de ce qui pourrait tenir lieu de premier repas. Cela m’aura permis de remarquer le nombre et les types d’événements qui font en sorte que j’envisage écrire. Mais longtemps, je me suis arrêté très tôt dans la rédaction : un titre, une idée, un angle, une citation, tout simplement – abandonné. Planifier toute suite, au cœur du processus, me donnait l’impression de trahir le présent du jeûne. Cela a duré jusqu’au présent texte, débuté quelques deux semaines avant le terme. La fin étant proche, il m’a alors semblé opportun de me mettre en route vers cet autre temps, ce temps d’après la fin.

C’est mon titre qui a surgi, un soir, comme un chemin d’accès pour penser ensemble, autour du jeûne, la gourmandise et la dormance, la gloutonnerie et sa suspension. Ce titre évoque celui de la deuxième partie de Féérie pour une autre fois, de Céline : Normance (Gallimard, 1954). Je n’ai jamais compris ce titre du misanthrope docteur, mais je l’ai d’emblée accueilli et aimé, comme un mystère. Il m’évoque quelque Normandie ancestrale, via la forge d’un prénom féminin inouï, qui résonne avec la Garance des Enfants du paradis, de Prévert et Carné, avec la voix d’Arletty.

Dans une tournure des événements quelque peu célinienne dans son effet de désabusement, une recherche rapide sur internet m’a appris que mon titre existait déjà… Non seulement n’en étais-je pas l’auteur au sens strict, le créateur ou l’intuiteur, mais mon usage pouvait même devenir problématique – bien qu’il fût sans doute protégé par quelque charte des droits et libertés, sous la rubrique de la liberté d’expression. Gourmance, en effet, est le nom d’une compagnie dûment enregistrée : un traiteur français, spécialisé dans la haute cuisine!

Penser aux pièges de l’écriture (souvent ennuyeuse) qui ne parle que d’elle-même, et penser à la pathologie ou au péché de la gourmandise, voilà deux choses qui peuvent encore passer par Céline. En plus de son dédain affiché pour tout ce qui est lourd et qui suinte, à commencer par la graisse, l’alcool, le tabac et le café, le vieux roublard qui, comme on sait, fut antisémite délirant, lui qui en voulait au Talmud d’avoir déconstruit le langage avant lui, il se disait également allergique au blabla, au verbiage, à la jactance, cette autre voie de saturation par-delà la panse.

En ascète du dimanche, j’ai crû remarquer que s’intensifiait le délire de l’actualité médiatique, sous la forme d’un martèlement constant d’énoncés réactionnaires produits à des fins commerciales. Ce déluge s’interrompt ou ralentit uniquement pour se réarticuler et se relancer autour d’un nouvel événement social, judiciaire ou politique monté en épingle. Qui douterait des intérêts économiques soutenant cette déstructuration de ce qui se nomme encore parfois « sphère publique de débat » notera que plusieurs journaux ne donnent accès à leurs pages qu’à condition que les publicités soient autorisées par le fureteur internet. Ces publicités servent en principe à payer le journalisme de qualité, mais elles paient beaucoup plus – en raison du plus grand nombre de clics qu’ils suscitent et, donc, de leurs salaires – des chroniqueurs fielleux. Dominique Payette a raison de les qualifier de « brutes » dans Les brutes et la punaise. Les radios-poubelles, la liberté d’expression et le commerce des injures (Lux, 2019), livre qui porte sur les radios de Québec mais qui devrait avoir une suite sur les journaux de Montréal.

Parmi ce déferlement hivernal alimenté par (et alimentant en retour) le gouvernement, une bourrasque rafraîchissante : la publication sur le site de Lundi matin, le 16 février 2020, d’un texte de Dalie Giroux qui paraît aussi dans la revue Lignes, « Le corps morcelé de la réaction globale. Notes sur la forme contemporaine du fascisme ». J’en retiens ce passage, en particulier :

Ce qui manque encore à l’appel, ce sont les gens qui acceptent la réalité de la transformation irrémédiable de la forme de vie qui est la seule que nous ayons connue – ces gens qui forment des noyaux égrenés sur le corps sans organe du capital, qui existent néanmoins, qui sont là, et qui forment la commune à venir. Ce sont les gens qui acceptent avec tous leurs moyens vitaux l’obsolescence de la forme de vie occidentale.

La commune à venir est dès lors l’incarnation d’une lutte concrète, matérielle et spirituelle contre la fantasmagorie politique actuelle. Elle cherche de manière acharnée à produire une reconnexion sensorielle générale. Elle fait ce travail avec l’aide du corps, des sens, de la sensibilité, dans les paysages, dans la contiguïté contingente de l’existence commune en un monde catastrophé – sorte de communauté des ébranlés, écho de Jan Patočka. Sa première tâche, l’implication majeure et hautement risquée de son travail, est de cesser de se laisser définir par les paramètres affectifs imposés à travers le fonctionnement automatique et pulsionnel de la trame politico-médiatique réactive, plan sur lequel la réaction ne peut susciter rien d’autre que la réaction.

Difficile ascèse, certes, mais la tâche me paraît effectivement de toute première importance. Cette cessation peut-elle être permanente? N’est-elle pas nécessairement exceptionnelle, du moins pour commencer, vu le climat actuel? Pour illustrer ce questionnement, qui met en cause la pertinence d’écrire en lien avec « l’actualité », je sens devoir écrire et ajouter une deuxième partie au présent texte, voire un second texte, qui se greffera immédiatement au premier. La cause de ce sentiment est la parution d’un commentaire qui est peut-être lui-même le résultat d’un « fonctionnement automatique et pulsionnel », bien qu’il prenne ce fonctionnement pour objet.

 

Giorgio l’Insensible

Le 26 février dernier, le philosophe italien Giorgio Agamben publiait un court texte dans le quotidien communiste Il Manifesto, à propos de « l’état d’exception » actuellement mis en place par les autorités gouvernementales en raison de l’épidémie du coronavirus (COVID-19). Sur la page de l’éditeur Quodlibet, qui a publié plusieurs livres d’Agamben et qui reprend ses chroniques dans une section intitulée « Una voce », le texte porte le titre « L’invenzione di un epidemia ». Des traductions ont rapidement été produites, notamment en anglais et en français [1].

Antonio Zanchi, La peste de 1630 à Venise, 1666.

La majeure partie du texte d’Agamben est une liste des mesures de contention mises en place par l’État italien, grâce à une « loi-décret », pour maîtriser l’épidémie. Le reste du texte consiste en une application du concept d’« état d’exception comme nouvelle normalité », qu’Agamben a emprunté aux « Thèses sur le concept d’histoire » de Walter Benjamin, pour le développer ensuite dans son grand projet archéologique, Homo Sacer. En un mot, Agamben trouve que la menace posée par le virus est négligeable et que la réaction sécuritaire de l’État est disproportionnée. Il suggère (sans détailler l’argument) qu’en s’agitant de la sorte, l’État contemporain cherche à montrer qu’il a encore une prise sur le monde, alors que les institutions politiques sont partout ruinées et délégitimées, en raison de la domination sans partage du système économique capitaliste mondialisé (un argument récurrent dans son œuvre). Dans un paragraphe qui mériterait d’être développé, Agamben écrit ensuite :

L’autre facteur [de la réaction disproportionnée], non moins inquiétant, est l’état de peur qui s’est manifestement répandu ces dernières années dans les consciences des individus et qui se traduit par un réel besoin d’états de panique collective, auquel l’épidémie offre une fois de plus le prétexte idéal. Ainsi, dans un cercle vicieux et pervers, la limitation de la liberté imposée par les gouvernements est acceptée au nom d’un désir de sécurité qui a été induit par ces mêmes gouvernements qui interviennent maintenant pour la satisfaire.

Cet argumentaire pourrait aisément être appliqué à d’autres situations. Pensons à la façon dont les médias et les gouvernements (tant des provinces que de la fédération canadienne) parlent des conséquences économiques des blocages ferroviaires des peuples autochtones en solidarité avec les Wet’suwet’en, qui s’opposent à un projet de pipeline, cet hiver. N’y a-t-il pas, dans cette histoire, les signes d’un « réel besoin d’états de panique collective », et d’un État qui se présente sous une figure thérapeutique?

Pour moi, cette chronique d’Agamben sur une épidémie qui cause des pneumonies virales est l’occasion rêvée (ou plutôt, cauchemardesque) d’expérimenter et, ce faisant, de mieux définir, la méthode que j’ai nommée tubercu-glose[2]. Cette méthode insiste, dans l’interprétation, sur la dimension ou l’imaginaire pulmonaire et, plus particulièrement, sur la hantise des maladies pulmonaires.

La tuberculose est paradigmatique car elle fut (et, à mon avis, elle demeure) très importante dans l’imaginaire québécois, sans parler de son impact réel sur les populations. En témoignent, dans le monde académique, les études de Louis Côté (PUL, 2000) et Jacques Bernier (PUL, 2018), par exemple. En littérature, on se rappellera que Franz Kafka, notamment, est mort de la tuberculose. On songera aussi à la maladie respiratoire chronique de Thomas Bernhard, récemment mise de l’avant par Catherine Lemieux (Triptyque, 2018) et Simon Harel (Nota Bene, 2019).

On le sait, les poumons, le souffle, cela concerne aussi l’Esprit (pneuma), le spirituel, qui n’est pas détaché du corps, mais logé en lui, de chaque côté du cœur (thymos). C’est déjà en ce sens que la notion de glose, traditionnellement associée à l’exégèse biblique, commence à faire sentir sa pertinence. Or, la glose est toujours un « texte en second », pour reprendre l’expression de René Lemieux. Cela en fait également un paradigme, cette fois de l’interprétation comme exigence et comme travail, à la fois individuel et collectif, de l’œuvre.

Dans le paysage médiatique, le texte d’Agamben n’est pas venu seul – ou s’il est arrivé seul, comme un cheveu sur la soupe, il a rapidement suscité des réactions. La plus intrigante est celle du philosophe français Jean-Luc Nancy[3]. Parue le 27 février 2020 sur le site littéraire italien Antinomie, sous le titre « Eccezionne virale », dans une version italienne suivie d’une version française qu’on suppose être l’originale, cette réponse est étrangement personnelle, affective. Est-elle pour autant réactionnaire?

En un mot, Nancy explique que c’est « Giorgio », son « vieil ami », qui exagère, cette fois. L’épidémie est bien réelle et les mesures sont entièrement justifiées pour protéger les personnes vulnérables que le système, il est vrai, produit en série. Il y a bien « une civilisation entière [qui] est en cause », mais Giorgio « ne remarque pas » qu’il est, en quelque sorte, normal que l’exception devienne la règle, dans le contexte mondial actuel. En ce sens, c’est l’ami Giorgio qui fait « diversion », cette fois, pas les gouvernements.

Nancy donne en conclusion une anecdote personnelle censée témoigner du caractère singulièrement insensible du philosophe italien :

J’ai rappelé que Giorgio est un vieil ami. Je regrette de faire appel à un souvenir personnel, mais je ne quitte pas, au fond, un registre de réflexion général. Il y a presque trente ans les médecins ont jugé qu’il fallait me transplanter un cœur. Giorgio fut un des très rares à me conseiller de ne pas les écouter. Si j’avais suivi son avis je serais sans doute mort assez vite. On peut se tromper. Giorgio n’en est pas moins un esprit d’une finesse et d’une amabilité que l’on peut dire – et sans la moindre ironie – exceptionnelles.

Est-ce à dire que Giorgio n’a pas de cœur, alors que Nancy en aura eu deux? Quand Nancy écrit, de façon ambiguë, « Si j’avais suivi son avis je serais sans doute mort assez vite. On peut se tromper », il ne semble pas soulever la possibilité que Giorgio ait pu avoir raison et que Nancy ait pu survivre avec son cœur d’origine (bien que la phrase puisse être lue ainsi). Étant donné la suite du texte, « Giorgio n’en est pas moi un esprit d’une finesse et d’une amabilité que l’on peut dire – et sans la moindre ironie – exceptionnelles », Nancy semble plutôt dire que son ami s’est trompé deux fois. Il s’est trompé dans le cas de l’épidémie en cours, comme Nancy l’a montré dans son court texte. Et il s’est trompé dans le cas de son propre cœur, comme le montre le fait même qu’il puisse écrire ce texte aujourd’hui. Le présupposé de cette deuxième affirmation, qui présente le conseil d’Agamben comme une erreur, c’est, évidemment, qu’il est préférable, selon Nancy, que Jean-Luc ne soit pas mort il y a près de trente ans. Comment un ami pourrait-il croire le contraire? Giorgio croit-il que son ami ait exagéré en prolongeant sa vie ainsi?

Le glossateur insistant se demandera peut-être qui sont les autres personnes qui avaient suggéré à Jean-Luc de ne pas écouter ses médecins, car Giorgio est décrit comme « un des rares » qui adopta cette position… L’interprète cynique se demandera surtout si cette « passe d’armes » entre amis, en public, n’est pas une manœuvre visant à promouvoir la sortie, fin février, de deux livres sur le marché francophone des idées : Le Royaume et le Jardin (Rivages, 2020), d’Agamben, et La Peau fragile du monde (Galilée, 2020), de Nancy. Mais passons.

La différence la plus frappante entre ces deux textes est, à mes yeux, que le second porte clairement la signature de Nancy, alors que le premier aurait pu être écrit par pratiquement n’importe quel lecteur d’Agamben. L’anecdote personnelle sur la transplantation cardiaque fait en sorte que la réponse de Nancy est éminemment intime, car nul autre que le principal intéressé n’aurait pu l’écrire. N’est-ce pas signaler que cette réponse du philosophe est foncièrement émotive? Qu’elle suit un haut-le-cœur?

Cette intimité tranche avec la véritable généralité du texte d’Agamben, qui aurait pu être écrit par un ou une « agambénienne » parmi d’autres. Dans le paysage académique des dernières décennies, les applications du concept d’état d’exception ont proliféré, notamment dans les sous-champs des relations internationales qui cherchent à se démarquer, institutionnellement, en se targuant de porter une véritable radicalité. Les épigones vont donc jusqu’à questionner la maîtrise du maître sur son propre concept (ce qui n’est pas, en soi, condamnable, mais qui inscrit toujours le jeu des concepts dans des relations de pouvoir). Il leur faut, en quelque sorte, réécrire le texte. Donnons-en trois exemples.

Sur le site qui a publié la version anglaise du texte d’Agamben, Positions, Jon Douglas Solomon commente, en se référant au livre Border as Method (Duke, 2013), que la situation ne correspond pas véritablement à ce qu’Agamben décrit ailleurs comme un état d’exception, car la quarantaine advient sous l’autorité de la loi, qui n’est pas suspendue mais simplement renforcée. Il faudrait plutôt parler de mise en place de nouvelles frontières.

Pour sa part, sur le site L’Antidiplomatico, Antonio Di Siena critique le « délire » d’Agamben en disant que ce dernier n’a pas bien lu Carl Schmitt, car le juriste allemand énonce surtout que l’exception permet de révéler qui est véritablement le souverain. Or, ce que la situation en Italie démontre, c’est que l’État italien n’est plus souverain sur son propre territoire. En effet, il fait appel aux institutions européennes pour l’aider dans la lutte contre le virus, y compris pour débloquer les fonds nécessaires à cette lutte. C’est donc l’Europe qui décide de l’exception véritable et, de ce fait, qui est le souverain. De cet argumentaire, on déduira le positionnement de l’auteur sur l’échiquier politique européen et italien…

Enfin, sur le site Lundi matin, Fluvius Styx signe un texte qui poursuit le texte du maître, se rapprochant ainsi de la glose entendue comme reprise et relance. Intitulé « Le coronavirus et l’état d’exception en chacun », le texte donne explicitement une leçon de théorie politique en développant notamment le paragraphe du philosophe italien sur le « réel besoin d’états de panique collective », décrit comme « nœud du contrat social hobbesien ». Notons que ce texte en langue française, daté du 29 février 2020, ne fait pas directement mention de la réplique de Jean-Luc Nancy. Il présente toutefois une critique de l’idée générale selon laquelle « cette fois-ci », nos empires « veulent notre bien », qui semble portée par Nancy.

Bien qu’il soit pertinent dans le présent contexte, le texte d’Agamben n’est assurément pas son meilleur. Il s’agit d’une répétition assez banale de l’un de ses argumentaires les plus connus – un peu comme s’il avait écrit son propre « Devoir de philo » sur Agamben. À mon avis, ses travaux les plus intéressants sont d’un tout autre type. Son travail sur la fabrication lente et polémique des concepts d’économie, d’office, de règle et de commandement par les théologiens chrétiens du Ier au XIVe siècles, en particulier, me semble autrement plus important.

Un autre ami autodéclaré d’Agamben a eu une réaction beaucoup plus saine, moins réactionnaire que celles de Nancy ou des épigones susmentionnés. Le professeur de cinéma Guido Vitiello, qui se présente sur un ton joueur comme « fondateur de l’Ordre mendiant des Pères weimariens, qui prient pour conjurer l’apocalypse de la République », écrit dans le quotidien centriste Il Foglio qu’« entre Foucault et le vaccin, je choisis le vaccin ». La réponse de Nancy lui rappelle comment l’écrivaine et traductrice Cristina Campo a insisté pour que le philosophe et historien des religions Elémire Zolla, spécialiste du mysticisme, passe chez le médecin et prenne des médicaments pour guérir sa maladie pulmonaire, plutôt que de s’enfoncer dans les arcanes des doctrines ésotériques orientales pour survivre sola fide. Elle l’a ainsi sauvé (de lui-même).

Vitiello sourit en voyant Nancy tenter de faire de même avec son vieil ami Giorgio, lui répétant, en quelque sorte : « Aide-toi et le Ciel t’aidera! » On imagine plutôt Agamben entêté, foncer avec sa serviette dans l’hiver italien, quelques scapulaires épars sous sa camisole, insister avec empressement auprès d’un gendarme armé portant un masque chirurgical pour qu’il le laisse passer, car il a le droit sacré, fût-ce au péril de sa santé (et de celle des autres), d’aller à la bibliothèque travailler d’urgence sur de vieilles gloses poussiéreuses et oubliées, sola gratia.


Notes

[1] Je remercie René Lemieux de m’avoir fait découvrir ce texte.

[2] Je remercie Robert Hébert pour la suggestion d’orthographier le néologisme ainsi, avec un trait d’union. J’avais d’abord pensé écrire « tubercu(g)lose », mais on y perdait la glose de vue. Or, elle doit être mise de l’avant, y compris pour l’œil.

[3] Je remercie Philippe Theophanidis de m’avoir fait découvrir ce texte.

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Classé dans Simon Labrecque