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Le « printemps érable » – Intervista a Éric Martin

Di Lucio CastracaniDavide Pulizzotto, pubblicata la prima volta su Uninomade

Université Inc., Lux Éditeur.

Éric Martin è un professore di filosofia di un liceo di Montréal e ricercatore di un Istituto di ricerca indipendente (IRIS), nonchè dottorando all’università di Ottawa. Abbiamo scelto di intervistarlo perchè autore di un libro che ha ispirato il movimento. Nonostante non possa definirsi rappresentativo del pensiero di 200.000 student*, Université inc., scritto insieme a Maxime Ouellet, racchiude le principali argomentazioni contro l’aumento delle tasse e le politiche neoliberiste del Governo Charest. L’intervista è divisa in due parti. La prima ha l’intenzione di far sentire che tipo di atmosfera si respira qui in Québec da circa 110 giorni, attraverso la voce di Éric. La seconda verterà invece su alcuni punti critici del testo, con il tentativo di far trapelare i concetti, il pensiero e il tipo di filosofia che vibra in questo Québec in rivolta.

Puoi spiegarci quali sono i contenuti politici dell’aumento delle tasse universitarie? 

La decisione del governo segna la fine di un modo di pensare l’università. Qui in Québec il modello era molto più vicino a quello social-democratico europeo che al modello anglofono. La ministra Beauchamp, in seguito dimessa, parlava di una rivoluzione culturale: “branchement” (connessione) dell’università alle aziende, crisi della libertà accademica, addossamento dei costi formativi ai singoli individui.

Il comportamento del ministero dell’educazione del primo ministro Jean Charest è stato fin dall’inizio di chiusura, di rigidità e soprattutto di disprezzo. Durante tutto il conflitto hanno lasciato che la situazione degenerasse e, talvolta, hanno fatto delle false proposte che, alla fine dei conti, si presentano meglio come degli insulti. Ad esempio, la proposta di spalmare l’aumento delle tasse dai cinque ai sette anni, ma che, con il calcolo di alcune variabili quali l’inflazione, aumenta dai 1625 $ previsti ai 1776 $. Un solo anno accademico di 30 crediti costerà agli studenti 3793 $, senza alcuno sconto e con un maggior indebitamento e un sistema di borse meno efficiente.

Poi hanno pensato di istituire delle commissioni per la valutazione delle eccellenze, e dei meccanismi di assicurazione qualità, ma che di fatto sottostanno a logiche di mercato. Le commissioni sottometteranno le università alla valutazione di esperti che agiscono secondo criteri di pertinenza e di qualità basati sul Processo di Bologna, altra ispirazione del governo del Québec. É chiaro che qui si vuol cambiare verso i modelli universitari anglofoni ed europei post-Bologna, assoggettando il sapere ad una spregiudicata, rude e selvaggia gestione neoliberale. É il neoliberismo che stiamo combattendo. Anche per questo il clima è diventato violento.

Cosa pensi della repressione poliziesca? 

La situazione è molto difficile, ci sono persone che hanno perso gli occhi a causa dei lacrimogeni e dei proiettili di plastica, altri studenti con il braccio, la gamba o la la testa rotti. Qui non siamo abituati ad una tale repressione. Il clima è veramente degenerato. Ma non c’è solo la violenza poliziesca che stiamo subendo, ma anche quella politica e giudiziaria. I tribunali sono entrati nel dibattito politico attraverso l’utilizzazione del diritto e sancendo il ritorno in classe per alcuni licei. É un modo per depoliticizzare il movimento. Lo stesso Governo e il CREPUQ (Conferenza dei Rettori Universitari del Québec) hanno sempre cercato di criminalizzare il movimento e, invece di parlare di uno sciopero, lo accusano di boicottaggio dei corsi. I professori sono quindi costretti a ritornare ad insegnare nonostante lo sciopero da loro stessi votato. Ogni forma di solidarizzazione con gli studenti è repressa dalla polizia con cariche violente. Viviamo un periodo di disprezzo totale per la loro professione. Anche tra gli studenti, ovviamente quelli a favore dell’aumento. Molti fotografano i loro docenti per denunciarli, per fargli prendere delle multe o farli arrestare. Molti li accusano di essere comunisti, come se fosse un’aggravante. Qui non si tratta di rivoluzione, ma di accesso gratuito all’educazione.

Perché l’educazione è un diritto e dev’essere gratuita? 

Per definizione la conoscenza non è mercificabile, la sua logica di circolazione e di produzione è la cooperazione. Quando imponiamo il segreto industriale e mettiamo dei brevetti, impediamo la possibilità della conoscenza di fiorire. Come Spinoza diceva, la conoscenza è l’unico bene che una volta condiviso, non diminuisce ma aumenta. É un bene che non è assoggettato a logiche di scarsità. Quando mettiamo un prezzo alla conoscenza, freniamo le condizioni stesse della sua produzione e lo sviluppo del pensiero.

Questo è il più grande movimento studentesco del Québec. Più grosso e duraturo di quello del 2005, che inaugurò i “carrés rouges”. Cos’è cambiato? 

Ero studente nel 2005. C’era lo stesso governo Charest ma era più conciliante all’epoca. Il problema era differente. Il governo voleva tagliare le borse e i prestiti studenteschi per l’aiuto finanziario. Avevamo il consenso totale della società quebecchese, poiché un taglio di quel genere avrebbe escluso un’ampia fetta della popolazione dall’accesso all’educazione. Era un problema più semplice.

Con l’aumento delle tasse la posta in gioco è più nevralgica. È una componente strutturale del neoliberalismo, e il governo ci tiene particolarmente. Ricordiamoci che è il partito liberale che governa da diversi anni. Il problema principale è inoltre che, nel corso degli ultimi anni, c’è stato un grande sforzo di propaganda, da parte dei media e del governo, per difendere l’aumento delle tasse e incidere sull’opinione pubblica. Hanno cercato di difendersi dicendo che prestiti e borse ridurranno l’impatto dell’aumento dei costi universitari. Ma ciò è difficile da dimostrare. Nel breve termine, forse, non si noterà molto il tipo di indebitamento a cui gli studenti devono abituarsi. Ma a lungo termine la situazione cambia notevolmente e le cifre sono esorbitanti. Ma ciò che non si dice è che si tratta di una vera e propria privatizzazione dell’educazione superiore, la quale cambia anche in maniera perversa la finalità dell’università. In particolare, come si diceva, attraverso il “branchement” delle formazione alle corporazioni sotto l’unico imperativo della crescita del capitale. Il problema è la missione, il ruolo e la natura dell’università, che non può cambiare per il profitto del capitalismo.

La differenza tra il 2005 ed oggi è l’ampiezza del movimento, le reazioni del governo ma soprattutto il problema di fondo, che oggi è l’affermazione del neoliberalismo in Québec. Abbiamo l’impressione di affrontare un mostro inflessibile.

Possiamo dire che si tratta di una resistenza che studenti, professori e ricercatori, ma anche lavoratori, pongono alle politiche neoliberali di privatizzazione del settore pubblico? 

Sì, certo. Il ministro delle finanze dice chiaramente che gli studenti non sono né i primi né gli ultimi a subire tutto ciò. Si tratta di una rivoluzione culturale in tutti i settori. Nel sistema medico, ad esempio, hanno preannunciato che i cittadini dovranno assumere la mentalità per cui la sanità è un servizio a pagamento. È un’azione trasversale a tutti i settori. La forza degli studenti è di organizzarsi e di mobilitarsi, mentre la maggior parte dei lavoratori sindacalizzati, tra cui anche i professori, non possono a causa delle leggi che gli impediscono di scioperare. La “legge speciale 78” ha come obiettivo proprio la repressione giuridica e poliziesca di questa potenza.

Gli studenti hanno avuto una libertà di movimento e di mobilitazione che li rendeva capaci di sostenere e portare avanti questo movimento. Ma la legge sta risultando inefficace, perché ci sono sempre più studenti e lavoratori che scendono in strada e si uniscono al movimento. Se il governo vince questa resistenza, spalancherà la porta all’austerità in tutti i settori pubblici.

Recentemente gli studenti hanno manifestato anche contro il Plan Nord(1).

I rettori delle principali università di Montréal mettono a disposizione di Charest i propri ricercatori e professori per il cosiddetto “Plan Nord”. Hanno domandato ai ricercatori, che normalmente dovrebbero essere liberi e critici della società, di implicarsi loro stessi nello sfruttamento minerario. Questo è un esempio di “branchement” tra il pensiero libero, l’università, il sapere e l’accumulazione capitalista, le corporazioni ed il governo, che compongono una sorta di tripla ellissi azienda-governo-università, per alludere a The New Production of Knowledge, di Michael Gibbons, et altri. Il solo scopo adesso è di attirare il capitale straniero per distruggere le risorse comuni del Québec. Il “plan Nord” è un’espropriazione. Inoltre il governo non vuole discutere, dice che è stato già deciso. È un progetto di sfruttamento delle miniere ed il problema è che il “branchement” tra università, azienda e Governo esclude ogni sorta di pensiero critico.

Per giudicare lo spessore morale di Charest basti pensare alla battuta di spirito che ha fatto ridere pochi sostenitori del partito liberale, durante il convegno sul Plan Nord. Quel giorno c’erano molte persone che manifestavano fuori dal Palazzo dei Congressi che, alla fine, sono state represse violentemente dalla polizia. In quell’occasione Charest ha detto: “Si vede che il Plan Nord sta avendo successo. Ci sono già migliaia di studenti fuori, a cui possiamo trovare un lavoro al nord”. Il riferimento ai gulag stalinisti mi fa ancora accapponare la pelle. La critica la mandiamo al nord, affinché possiamo svolgere tranquillamente i nostri affari. È un’attitudine autoritaria. Il disprezzo è evidente, così come l’idea di mettere i servizi pubblici ed i territori al servizio delle corporazioni.

Durante le manifestazioni, abbiamo visto molte bandiere del Québec. Poi abbiamo ascoltato discorsi sulla lotta di classe, anche dai porta parola della “Classe” (la principale coalizione di associazioni studentesche del movimento). In che modo le istanze di classe e quelle nazionali si ritrovano e sembrano convivere nello stesso movimento? 

Il Québec è stato sempre in una posizione difficile. Negli anni ’60 un grande movimento indipendentista si poneva la questione: ci leghiamo alla lotta di classe o ad un progetto nazionalista borghese? La tendenza che ha vinto è la stata la seconda, quella di un “Québec Inc”, una piccola borghesia che non ha messo in questione il capitalismo. Ma l’indipendenza dal Canada conservatore, oggi, non significa fare del denaro. Gli studenti hanno ritrovato la direzione degli anni ’60, quella in cui socialismo e indipendenza, nazionalismo e marxismo cercavano di convivere. La critica al capitalismo deve basarsi sulla riappropriazione del comune, dell’uno-comune, ma non in una prospettiva razzista o xenofoba, o elitaria; bensì in un senso socialista. Quello che è importante non è l’economia, ma la condivisione.

Il testo di Éric, Université Inc. Des mythes sur la hausse des frais de scolarité et l’économie du savoir, riesce a smontare, in maniera sistematica e intelligente, gli otto miti per mezzo dei quali si cerca di influenzare l’opinione pubblica ed argomentare a favore di un aumento delle tasse giusto e inevitabile. In un qualche modo il testo urla che il re è nudo: il sottofinanziamento delle università è una bugia; l’aumento delle tasse ridurrà l’accesso all’università; la compensazione delle borse di studio per i più poveri non basterà a garantire il diritto allo studio; non è giusto che i medici si indebitino di più rispetto agli storici; l’investimento sul “capitale umano” è una retorica neoliberista che non coincide con la natura del sapere; non è vero che pagare meno un corso di laurea ne diminuisce il valore; le donazioni di privati e il servizio delle fondazioni minacciano l’indipendenza delle università; infine, non è vero che la commercializzazione della ricerca universitaria pagherà il sistema universitario nella sua totalità. Ricordiamo che il Québec è un’isola felice in un oceano di università che si rifanno al modello anglofono nordamericano. È l’anomalia gioiosa del Nord America, da sempre più vicino ai modelli di welfare europei.

Dietro queste contro-argomentazioni ci sono due o tre punti chiave che, in maniera trasversale, costituiscono l’interpretazione globale del testo. In particolare, l’idea di un umanismo rinnovato che sia alla base del concetto di università. Come rispondi allora alle critiche antispeciste, femministe e anti-imperialiste? Non credi che l’idea di una civiltà rinnovata a partire dal concetto di uomo, e non da quello di bene comune, per esempio, sia portatrice di una serie di valori, come l’antropocentrismo o l’occidente-centrismo, che dovrebbero essere invece superati? 

Bella domanda, grazie. Cercherò di rispondere al meglio. Per il momento assistiamo ad una strumentalizzazione dell’università, mossa da una razionalità tecnico-scientifica che si vuole al servizio della crescita del capitale. Si tende ad espellere la cultura in quanto tale, giungendo cosi ad una particolare forma di barbarie: un insegnamento rude, di bassa qualità e assoggettato a logiche di mercificazione del sapere. Questo si deve combattere e per farlo bisogna ritornare ad un altro ideale, che raccolga l’idea di una vera università, che ricordi la sua vocazione e il suo principio, ovvero l’Universitas magistrorum et scholarium. Bisogna ritornare all’universale, anche se ciò non vuol dire che intendiamo o possiamo raggiungerlo.

Io sono un allievo di Michel Freitag. Per lui, la dinamica del sapere doveva armonizzarsi all’interno di una tensione tra l’universalità e il suo ideale. In questo senso, l’università dovrebbe rincorrere il suo ideale, che è l’universale. Tuttavia, questa dinamica pone il sapere in un costante lavoro di critica e messa in discussione di se stesso. Quello che si pensa di sapere sull’uomo e il suo rapporto con la natura e il mondo non è mai una conoscenza completa e definita. Non esiste la fine della storia e, per me, ricercare un nuovo umanismo significa sapere che non lo si troverà mai. Quello che è necessario è un ritorno ad una ricerca dell’umanismo, che servirà a costruire un insegnamento di qualità. Ciò non significa, ripeto, che questi programmi di studio non devono essere criticati o non devono essere messi in discussione da critiche più attuali quali il rapporto uomo-donna, per esempio, o le ricerche anti-coloniali, o ancora il legame tra uomo e natura. Queste erano delle problematiche che, effettivamente, il vecchio umanismo antropocentrico ha sempre voluto trascurare.

In realtà, è proprio Marx che ci aiuta a comprendere questo cammino. In particolare quando diceva che l’essere generico dell’uomo è di produrre nel rispetto di se stesso, degli altri e della natura che lo circonda. Queste piste e l’apporto delle teorie critiche potrebbero arricchire il concetto d’universale e d’umanismo, che rimarranno sempre a lavoro su loro stessi. Il sapere è un work in progress, ma che cerca di cogliere il giusto rapporto tra l’uomo e il mondo. Non si può criticare il sapere sostituendo la ricerca dell’universale con l’assoggettamento al capitale. Bisogna riportare la cultura e il sapere nella propria dimora e cercare di definire questo essere in comune nel mondo. Questo dovrebbe essere il ruolo delle università. Al contrario ci prepariamo al suicidio delle società.

Un altro elemento chiave del libro è proprio il ruolo dell’università. Nella prima parte del libro si argomenta contro la retorica del sottofinanziamento delle università, che giustificherebbe questo aumento delle tasse. La contro-argomentazione si incentra invece sull’idea di un mal-finanziamento, che aiuterebbe a spiegare le ragioni di un congelamento della retta universitaria. Il problema è che il concetto di ricerca viene ridimensionato a favore del concetto di insegnamento e di trasmissione del sapere. In parole povere, si dice che la causa del mal-finanziamento sia un sovra-finanziamento nella ricerca. Non credi che sia pericoloso argomentare contro un’università della ricerca, in quanto fulcro del concetto di università neoliberista, e a favore invece di un’università dell’insegnamento, come dimora del sapere nel nuovo umanismo? 

Sono convinto che il ruolo delle università sia di trasmettere il patrimonio comune dell’umanità e di sviluppare un pensiero critico. Ciò significa che l’insegnamento è prioritario. La ricerca deve essere solo libera ed indipendente e mai una ricerca strumentalizzata o mercificata. Il sottofinanziamento è una mensogna creata ad hoc dal CREPUQ (Conférence des recteurs et des principaux des universités du Québec), che non calcola mai per intero l’afflusso totale di denaro che arriva alle università. Invece in Québec c’è una spesa media per studente che supera di gran lunga la media del Canada anglofono e del Nord America in generale. Questo dimostra che i rettori si lamentano con la bocca piena. Il vero pericolo del mal-finanziamento è che il potere dominante possa distorcere il senso della questione per trarne vantaggio. Allora potremmo trovarci di fronte a nuove forme di gestione delle università che, in nome dell’efficienza e del profitto, assecondino la privatizzazione e il controllo del sapere, tagliando magari su programmi di studio poco inclini alla commercializzazione, come i saperi umanistici. Per questo motivo ritengo sia utile mostrare che la maggior parte del denaro pubblico va alla ricerca a non all’insegnamento; che ci sia una ineguaglianza tra programmi di studio più redditizi e programmi meno commercializzabili (per esempio medicina veterinaria vs letteratura); e che infine anche tra università più eccelse e meno eccelse ci sia questa disparità di finanziamento, allora che “University McGill” riceve 30.000 $ di denaro pubblico per studente, mentre L’“Université du Québec à Rimouski può contare sulle misere 9.000 $ per studente. La questione del finanziamento deve rispondere a criteri che sono inerenti all’educazione e alla formazione, e non a logiche di libero mercato. Prima di decidere le politiche di finanziamento delle Istituzioni del Ministero dell’Educazione bisogna chiedersi a cosa serve l’università e qual è la sua vocazione e il suo ruolo all’interno della società. Ciò significa slegare il finanziamento pubblico universitario dalle logiche imprenditoriali del libero mercato. Lo Stato dovrebbe perseguire il bene comune, appunto, e non soltanto l’interesse privato di qualche imprenditore.

Un capitolo del testo è dedicato al concetto di capitale umano, definito come una retorica antipedagogica che serve a disciplinare gli individui. Poi si specifica in che modo proprio l’indebitamento degli studenti sia una delle cause principali di disciplinamento stesso del sapere. Facendo allusione alla definizione di Foucault sui “corpi docili”, si può parlare oggi di un “sapere docile” come mezzo attraverso il quale il potere domina le soggettività? 

L’indebitamento degli studenti è il principale mezzo di assoggettamento. I giovani sono costretti a ragionare in termini utilitaristici e d’investimento personale, come se fossero dei piccoli imprenditori di se stessi. C’è tutta una cultura dietro che supporta questo tipo di ragionamento e che socializza i giovani all’idea che l’educazione serva alla ricerca di un impiego, che sia un atto individuale e non collettivo, che sia un percorso di miglioramento del proprio saper-fare e non più un percorso di formazione di un bagaglio culturale. Degli studenti mi hanno raccontato di essere andati ad una serata di gala per la fine dell’anno accademico in cui, dopo la resa pubblica dei risultati dei miglior studenti, si è svolta una conferenza i cui relatori erano soltanto imprenditori o delegati di grandi imprese. Si tratta di diffondere una emulazione dell’investitore e dell’imprenditore, un attitudine all’“Io inc.”. Se guardiamo alcune campagne pubblicitarie delle Università di Ottawa, per esempio, lo slogan di base è: “I’m investing in myself”. C’è un immaginario dello studente come investitore di se stesso, che supera così la questione dell’indebitamento e che si basa sulla finanziarizzazione di se stessi. Per le banche che partecipano alla finanziarizzazione dell’economia, il debito degli studenti diventa una fonte di speculazione: un prestatore investe sulla formazione di alcuni individui per trarre profitto dal loro salario futuro.

Del capitale umano già Marx ne parlava nel 1859 in maniera assai critica, svelandone la subdola retorica manipolatrice al servizio del capitalismo. Fu l’utilizzazione di Stalin che rovesciò la connotazione del concetto da negativa a positiva, e che affermò “l’uomo come il capitale più prezioso, la cui utilizzazione, cosi come quella delle macchine, doveva essere razionalizzata; al fine di produrre una grande crescita delle forze produttive”. Mi pare che sia assai inquietante vedere che un termine di Stalin venga ripreso dall’OCSE e diffuso ideologicamente dai media mainstream e dalla politica partitica.

Quindi i fallimenti vengono percepiti come un fallimento personale… 

Sì, come una perdita in borsa. È un gioco di rischi e scelte razionali, di cattivi investimenti e buon calcoli, di scelte di portafoglio. Siamo di fronte alla finanziarizzazione della vita. Lagovernamentalità di Foucault ci basta per capire come oggi il neoliberalismo e il capitalismo governino per mezzo della libertà. Si dice che gli esseri sono liberi, ma poi si pongono tutta una serie di restrizioni che, di fatto, alienano la libertà. Gli studenti vivono quindi l’incubo del debito, della pressione, del calcolo del tempo, etc. Il neoliberalismo vuole un uomo nuovo, che non è un nuovo umanismo, ma una matematizzazione ed economicizzazione dell’esistenza. È un impoverimento enorme della cultura.

Ultima domanda. Nel testo è evidente una dura critica al capitalismo cognitivo, considerato una ideologia al servizio della mercificazione del sapere e della strumentalizzazione economica e finanziaria degli student*. Ci chiediamo se invece proprio l’analisi del capitalismo cognitivo e delle trasformazioni del lavoro post-fordista, insieme al lavoro critico condotto in Francia e dai post-operaist* italian* non sia la lente attraverso la quale analizzare le politiche neoliberiste. Perché è evidente che i soggetti e le conoscenze sono diventati il capitale fisso delle aziende. Il capitalista ha perso la funzione di organizzare il lavoro e fornire i mezzi di produzione. Il lavoro vivo e il lavoro morto si ricongiungono nei corpi. È possibile allora, secondo te, ribaltare la questione, dicendo che tutto ciò, il sapere, gli affetti, le relazioni, i corpi, fanno parte del comune, e non più del privato o del pubblico? Di quel comune che tanto ricerchiamo? È possibile, per concludere, argomentare, attraverso il capitalismo cognitivo e l’idea che il sapere sia un bene comune, a favore del libero e gratuito accesso alla formazione? 

Veramente una bella domanda. Secondo me, l’economia del sapere è uno stadio del capitalismo il quale, per continuare a creare valore, cerca di razionalizzare e valorizzare la formazione della mente e la formazione della manodopera; al fine di rendere flessibile la mente e farla coincidere con l’ibridazione post-fordista. In fin dei conti, l’economia del sapere è una locuzione ideologica che designa il capitalismo avanzato, in crisi, che ha bisogno dell’eredità che Marx chiamava “morale-storica” e della privatizzazione della dimensione simbolica della produzione umana per creare un valore.

Per quanto riguarda Negri e gli operaisti, con il rischio di portarvi dispiacere, credo che facciano un errore fondamentale. Hanno la tendenza a valorizzare molto le singolarità autoproduttive e l’idea che l’unico problema sia l’Impero, e che una volta sconfitto, il comune si dia in maniera autonoma e immediata, attraverso l’esperienza della sua produzione copiosa. Io sono piuttosto hegeliano-marxista, il mio lavoro parte da una analisi del capitalismo intesa come una forma di mediazione sociale. Questa mediazione non risiede solo in un potere esterno, ma è anche una forma di rapporto sociale che esiste all’interno della classe operaia. Per me è inconcepibile che la moltitudine si offra immediatamente a se stessa, e che non sia già strutturata essa stessa da una forma di mediazione feticista del rapporto sociale, ovvero il lavoro astratto. Per cui il ritiro del potere dominante non pone le condizioni per la determinazione di un soggetto puro, che si offre a se stesso attraverso una autoconoscenza di se stesso. Bisognerebbe invece intraprendere una critica del valore astratto e della forma-valore come forma di mediazione sociale, che implicherebbe una critica del lavoro e, anzi, la sua stessa abolizione. Naturalmente l’abolizione del lavoro astratto e dunque del valore astratto. Il fine è di raggiungere un concetto non astratto della ricchezza reale. Dopo di che, bisognerebbe pensare ad altre forme di mediazione e di istituzioni che creino le condizioni di una libera condivisione della conoscenza. Ciò però non si basa solo sull’idea dei software liberi e dell’open source, ma sull’idea di un’istituzione delle mediazioni sociali, in senso hegeliano, che abbiano il ruolo di ricreare dei rapporti non feticizzati. Dunque produrre dei legami sociali non feticisti, di cui la principale caratteristica sarebbe nell’ordine della gratuità e del dono. La lettura spinozista-marxista anti-giuridica, qui penso ad Anomalia Selvaggia di Negri e alla prefazione di Deleuze, critica violentemente Hegel e la tradizione giuridica. Secondo me, purtroppo, una società del dono dev’essere istituita. Ad un certo punto bisogna pensare al momento del diritto e dell’istituzione. Il comune non si dà attraverso delle connessioni libere tra singolarità autoproduttive, ma questo deve essere piuttosto istituito. La mediazione hegeliana è indispensabile e, secondo me, se Marx avesse avuto il tempo di scrivere la sua teoria positiva dello Stato, forse, avremmo potuto intravedere una migliore articolazione tra la struttura hegeliana e quella di Marx.

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(1) Il Plan Nord è un programma economico di sfruttamento delle risorse naturali (minerarie, forestali e di gas) del Grande Nord del Québec, e in particolare le regioni di Côte nord e Saguenay-Lac-Saint-Jean. Oltre alla privatizzazione delle risorse naturali, citata da Eric, il piano prevede anche l’espropriazione dei territori di alcune popolazioni autoctone. Per tale motivo, gli Innu e gli Anishnabe si sono schierati contro il programma.

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