Dal ventre della bestia – considerazioni inferocite sulla gestione coronavirus

Testo pubblicato da Sara Agostinelli, Bergamo, su Facebook[1] | le versioni inglese e francese sono disponibili anche online

Sono bergamasca e sono ammalata, presumibilmente di Coronavirus.

Leggo ancora post in cui si citano esperti che tranquillizzano: “L’80 per cento della popolazione sarà colpita dal Coronavirus ma non preoccupiamoci, per buona parte sarà solo un’influenza. La mortalità è bassa e colpisce soprattutto anziani e persone con patologie pregresse.”

Oggi 14 marzo. Ancora queste stronzate.

Non sono scienziata né statistica ma sono incazzata nera: ho il terrore che fuori da qui non si stia capendo cosa ci succede. Qui si muore come mosche. E’ chiaro?

Decine di morti al giorno. Decine e decine.

Il cimitero della città non riesce a smaltire i corpi. I campanili dei paesi non suonano più le campane a morto perché lo farebbero ininterrottamente. I medici sono esauriti o contagiati, e cominciano a morire a loro volta.

Siamo tutti malati, o quasi. Tre quarti dei miei conoscenti sono malati, amici, parenti, colleghi, medici di famiglia stessi.

Abbiamo febbri molto lunghe e resistenti, molto provanti, dolori forti in varie parti del corpo, mancanza di respiro, tossi e raffreddori portentosi. Non per tutti è così, per fortuna.

Ma questo non vuol dire che si possa parlare di “banale influenza”. Banale influenza sto cazzo.

Tre settimane di febbre, stanchezza allucinante, mal di testa, respiro corto, resistenza a qualsiasi medicina, il fantasma della terapia intensiva sempre sulla spalla come un corvo malefico e, ovviamente, isolamento e solitudine: non è una banale influenza. E mi considero altamente fortunata.

Le giornate passano in buona parte al telefono: bollettini medici continui. Come stai, oggi un po’ meglio, domani un po’ peggio, come sta il papà, la zia, l’amico, l’amica, ma tu cos’hai, io ho questo, ah ecco sì me l’hanno detto in tanti allora probabilmente ce l’hai, sì sì mi sa che ce l’ho.

Qui ci auto-curiamo, da soli, quando va bene riusciamo ad avere qualche indicazione telefonica, perché anche i medici di famiglia non ce la fanno a seguirci tutti.

Le sirene non si fermano mai fuori dalla finestra, notte e giorno, e se chiami il 112 non riescono a risponderti prima di chissà quanto tempo. E ti portano in ospedale quando ormai sei grave.

Perché non c’è posto. Perché non ce la fanno a curarci.

I tamponi sono riservati a chi arriva in pronto soccorso (e a segretari di partito e calciatori), gli altri devono desumere, immaginare e, nel dubbio, isolarsi in quarantena, così anche chi potrebbe magari avere davvero una “banale influenza” deve rinunciare ad aiutare chi ha bisogno, i genitori anziani ad esempio.

Certo che il tasso di mortalità di questo virus è basso, certo. Se siamo tutti malati e muoiono “solo” decine di persone al giorno certo che il tasso di mortalità è basso. Ma siamo tutti ammalati, e si muore senza sosta, continuamente, in grandi numeri.

E’ una tragedia. Banale influenza sto cazzo.

E certo che in larga parte muoiono persone non giovani e magari con qualche patologia pregressa.

E allora????!!!????

60-70enni che avrebbero potuto vivere altri anni, cosa sono, merce scaduta di cui fregarcene? Non sono forse esseri umani che lasciano affetti e amori, nel dolore?!?

Ma che cazzo di misura è diventata la vita??

E lo scrivo io, irrimediabilmente atea, convinta che la vita non è affatto sacra ed è vita solo quando è degna. Ma ogni vita è amore e legami intorno a sé, e dolore profondo quando manca.

L’Italia è un paese di vecchi. Non prendeteci per il culo: al’improvviso non potete raccontarci i nostri vecchi come pezzi scaduti di cui possiamo liberarci con leggerezza.

NO.

Ognuno di noi, qui, conosce qualcuno che sta messo tra la vita e la morte in terapia intensiva, molti di noi hanno perso famigliari o sono in attesa di notizie attaccati al telefono.

Quasi 1500 morti in due settimane e stiamo qui a dirci “andrà tutto bene”??? “stiamo tranquilli”???

No, non stiamo tranquilli.

STIAMO A CASA.

Perché non ci hanno offerto altra soluzione per gestire questo disastro immane. Perché se in altre parti d’Italia ci si concia come ci siamo conciati a Bergamo, grazie a due settimane perse senza prendere decisioni, dicendoci un giorno si chiude tutto e il giorno dopo uscite e andate a mangiarvi la pizza non fermiamo la città, sarà un’ecatombe ancora peggiore di quella che è già.

Perché in quelle due settimane di tempo perso, per incapacità irresponsabilità impreparazione e probabilmente anche perché in gioco ci sono tanti e grossi interessi economici, NOI CI SIAMO AMMALATI TUTTI.

Signori qui non stiamo scherzando: proprio perché non è una banale influenza e proprio perché moriranno migliaia di persone, ci preoccupiamo.

Basta con questi messaggi da dissociati, che tranquillizzano sminuendo quanto sta accadendo: basta.

Bisogna sapere le cose come stanno, davvero, cosa si rischia, davvero, per potersi comportare da responsabili e RISPARMIARE VITE E DOLORE.

Continuando a domandarci se non c’era un altro modo per gestire questo disastro, perché forse c’era o ancora ci sarebbe ma come possiamo saperlo, preoccupiamoci e facciamolo seriamente: perché solo preoccupati, molto preoccupati, abbiamo la possibilità di fare qualcosa di sensato per noi e per gli altri: evitare quanti più morti possibile.

Smettiamo di prenderci per il culo e raccontiamo come stanno le cose: preoccupatevi, e state a casa.

E a casa leggete e ascoltate e fatevi domande, oltre a prendervi cura di voi e di chi vi è vicino, perché adesso l’obiettivo è sopravvivere ma quando questo disastro sarà « finito », e dovremo rialzarci, avremo bisogno di essere lucidi, tanto lucidi.

Dovremo capire perché siamo arrivati a questo punto, e come. Pensare ai nostri ospedali, alle nostre scuole, ai nostri vecchi e ai nostri giovani, al nostro lavoro.

Dovremo renderci conto che non è possibile smantellare il sistema sanitario di un paese pezzo per pezzo per poi ritrovarsi a morire a grappoli con medici e infermieri che si massacrano rischiando la vita per tentare di tenere in piedi la nostra.

Che non si può ridurre alla miseria migliaia di precari e “liberi professionisti” che vivono appesi solo e soltanto al proprio penoso fatturato e che, quando si blocca giustamente tutto per paura della morte, si ritrovano davanti un deserto lavorativo che sarà lungo mesi o forse anni.

Dovremo capire se questa tragedia ci ha aiutati a migliorare o ci ha gettati ancora di più nel baratro in cui già eravamo: un popolo di completi sfasati, che lo stesso giorno vede da una parte un esercito di sottopagati in camice bianco che si ammazza di lavoro e rischia il contagio e dall’altra, A POCHI METRI O APPENA QUALCHE KILOMETRO di distanza, branchi di menefreghisti che fanno la coda appiccicati per salire sulla seggiovia, per passeggiare nel centro storico o per provarsi i vestiti al centro commerciale (lasciato aperto, apertissimo, mentre scuole e eventi culturali erano tutti chiusi e cancellati da mo’).

Se ci sono i menefreghisti è un problema di tutti.

Se gli ospedali non hanno i letti è un problema di tutti.

Se centinaia di persone muoiono e sembra quasi normale perché “erano vecchi o con altre patologie” è un problema di tutti, ed è un grosso problema.

Non sta andando per niente bene e non “andrà tutto bene”.

Solo se ce ne rendiamo conto, ma davvero, possiamo limitare i danni e potremo fare qualcosa di diverso quando ne verremo fuori.

Perché ne verremo fuori, e non dovremo fare sconti.


Nota

[1] Il testo originale è stato pubblicato su Facebook il 14 marzo 2020.

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